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November 27 come se potessiAlcune situazioni catastrofiche avvengono con chiarezza, esplodono in
un momento preciso: rompi il vetro di una finestra con la mano e poi ci
sta sangue e cocci di vetro rigati di rosso un po' ovunque; caschi da
una finestra e ti rompi qualche osso e ti fai qualche graffio. Punti e
gessi e bende e antisettico salvano e risolvono tutto. Ma la
depressione non è un disastro improvviso. È più come un cancro:
all'inizio la sua massa tumorale non è visibile neanche per l'occhio
più attento ed esperto, e poi un giorno - wham! - ti ritrovi con un
enorme bozzo letale di tre chili sistemato nel tuo cervello o nel tuo
stomaco o nella tua scapola, e questa roba che il tuo stesso corpo ha
prodotto sta provando ad ucciderti. La depressione è praticamente
uguale: lentamente, durante gli anni, i dati si accumulano nel tuo
cuore e nella tua mente, un programma per computer scritto per
perseguire la negatività assoluta si costruisce nel tuo sistema,
facendoti sentire la tua vita sempre più insostenibile. Ma nemmeno ti
accorgi di cosa sta succedendo, pensi che in qualche modo sia normale,
sia qualcosa che ha a che fare con l'invecchiamento, con l'avere otto
anni o con l'averne dodici o quindici, e poi un giorno realizzi che
tutta la tua vita fa semplicemente schifo, non vale la pena viverla,
una cosa putrida e nera buttata sulla sabbia bianca della tua
esistenza. Una mattina ti svegli e hai paura di vivere. Nel mio caso, non avevo minimamente paura di vivere perché ero convinta, anzi, sicura, di essere già morta. Quella roba del morire materialmente, il separarmi dal mio corpo fisico, era una semplice formalità. Il mio spirito, la mia essenza emotiva, o come diavolo volete chiamare quel ribollire interno che non ha niente a che fare con l'esistenza fisica, se n'era andato da tempo, morto e sepolto, e solo una cascata del più fottutissimo schifodiddio di dolore assassino come quello di un paio di pinze ustionanti a mordere stretta la mia spina dorsale premendo su tutti i miei nervi rimaneva per svegliarlo. È questo che vorrei chiarire riguardo la depressione: non ha assolutamente niente a che fare con la vita. Nel corso della vita, uno incontra tristezza e dolore e dispiacere, e, nel loro momento e periodo, sono normali - fastidiosi, ma normali. La depressione si trova all'esatto opposto perché è causata dall'assenza totale: assenza di affetti, assenza di sentimenti, assenza di risposte, assenza di interesse. Il dolore che senti nel corso di una profonda depressione clinica è un tentativo della natura (che, dopo tutto, aborrisce il vuoto) di riempire quello spazio deserto. Ma a tutti gli effetti, chi è profondamente depresso non è altro che un morto, cosciente, che cammina. E la parte più terrificante è che se chiedi a chiunque si trovi negli artigli della depressione come ha fatto a finirci, se gli chiedi di indicarti il punto di svolta, lui non saprà mai farlo. C'è una scena famosa di Fiesta (Il sole sorgerà ancora) in cui qualcuno chiede a Mike Campbell come ha fatto a finire in bancarotta, e tutto quello che sa dire in risposta è “Gradualmente e poi tutto assieme.” Quando qualcuno mi chiede come ho fatto ad impazzire, questo è tutto quello che riesco a rispondere. November 22 aiuto Devo sforzarmi di ricordare. Non sono al sicuro qui. La caverna è
profonda, nessuno sa quanto, e le ombre del fuoco danzano sulle pareti
e non mi tengono affatto tranquillo. Sento gli ululati in lontananza, o
forse sono solo nella mia testa, non so ma li sento, cazzo. La pioggia
fuori è mostruosa e non aspetto altro che un lampo disegni la sagoma
del mostro all'ingresso. Oppure potrebbe arrivare dal fondo, procedere
lentamente, con il suono soffice delle sue zampe coperto da quello
della pioggia di fuori, e colpirmi alle spalle. Devo tenere d'occhio
entrambi i lati. Mi accosto al muro! Ma sono comunque scoperto... Ogni
rumore mi fa sobbalzare, potrebbe essere lui ogni volta. Lo vedo
ovunque, in ogni ombra, ma se chiudo gli occhi per non soccombere al
terrore, allora avrà campo libero, e potrà arrivare veramente. Devo
sforzarmi e tenerli aperti, così lo potrò ricacciare indietro. Sì che
potrò farlo! Ho scavato un letto nella roccia. Mi dà un vantaggio
questo. Un enorme vantaggio. Il mio corpo è molto meno esposto, e posso
tenere d'occhio in ogni istante la zona da cui potrebbe arrivare un
attacco. Sono molto più sicuro adesso. Ma lui è intelligente quanto me,
troverà il modo. Con il suo passo silenzioso scivolerà attaccato ai
muri e mi piomberà da uno dei lati, e sono due, come faccio a teneri
d'occhio contemporaneamente! E anche da sopra, e da sotto, no, non va
bene neanche così. E poi la luce del fuoco... La luce del fuoco mi
distrae, disegna ombre di cose che non ci sono. Devo renderla più
ferma, meno tremolante, forse così andrà meglio. Ci vuole una luce
fissa! Che disegni le cose per come sono! Altrimenti mi lascerei
prendere dalla paura. Devo sforzarmi, stringere i denti. Filamento di
metallo, e una lampadina, una bella lampadina che illumina
perfettamente tutto. Posso starmene nella mia nicchia sicuro di quello
che vedo. Posso controllarlo. So quando arriverà. Il temporale fuori si
va pure affievolendo, riesco a distinguere il ronzio prodotto dal filo
incandescente. Un lieve rumore, ma tanta luce. E poi, con questo
sottofondo posso distinguere più facilmente qualsiasi differenza. Ma
lui adesso potrebbe arrivare in carica, attaccarmi apertamente, tanto
cosa può temere? Le nostre forze non sono neanche lontanamente
comparabili, è un grado di spezzarmi come fossi un ramoscello. Un'arma,
ho bisogno di un'arma. Una pietra è troppo banale, e colpisce troppo da
vicino. E anche una lancia non andrebbe bene, colpirei solo da lontano.
Ci vuole una spada, abbastanza corta da poterla muovere all'interno
della mia nicchia, abbastanza lunga da poter allungare il braccio verso
la sua bocca spalancata nel ruggito un attimo prima di piombarmi
addosso e consegnarmi all'oblio! Ma non devo temerlo, devo sforzarmi di
resistergli. Ora che ho una spada, non è più così sproporzionata la
differenza di forze. Posso resistergli, posso resistergli. Ci sarà
combattimento, magari perderò, ma ci saranno speranze per me. Ma questa
maledetta nicchia resta esposta! Devo studiare un modo per difendermi.
Se la restringessi diminuirei il mio campo visivo ulteriormente e lui
mi sarebbe addosso senza che io me ne accorga, avrei tutto il visibile
sott'occhio, ma il visibile sarebbe troppo poco... Posso costruire una
cassa in cui chiudermi, non potrà raggiungermi allora! Chiuso nella mia
cassa, non potrà niente, e se anche tenterà, io avrò la mia spada, che
è meglio ridurre ad un pugnale, sto riducendo la sua possibilità di
attacco. Una bella cassa pensata per essere difficilmente apribile
dall'esterno, o comunque per darmi il tempo di prepararmi allo scontro.
Se metto il coperchio nella parte superiore o posteriore o comunque in
modo che venga ad essere bloccato dalle pareti della nicchia, sono a
posto! Farei dei piccoli canaletti per respirare nel canale opposto.
Sì, sì, è faticoso, ma devo sforzarmi e costruire la cassa. Non è
meravigliosa? È un'ottima idea, questa. Ora sono davvero al sicuro, non
può toccarmi. Però forse... Non posso togliere i buchi per respirare,
ma lui sarà perfettamente in grado da spiarmi lì dentro. È dannatamente
furbo, attenderà fuori, con il suo ansimare pesante e crudele, puntando
la mia cassa, e io lo sentirò e lo vedrò dai buchi, e lui vedrà la luce
dei miei occhi impauriti, salirà la sua acquolina. E io morirò di fame
in questa cassa! O peggio, tapperà le mie vie di areazione, e sarà
anche più conveniente per lui, non mi troverà smunto per la fame, solo
soffocato in pochi minuti, potrà gustare un piatto più ricco. Ho fatto
la fine del topo, ho fatto la fine del topo, ho fatto la fine del topo!
Devo ingegnarmi, devo sforzarmi, devo trovare qualcosa di
inattaccabile. Una macchina complessa e perfettamente costruita, che mi
rifornisca di cibo ed aria senza problemi, che li produca, lontano da
qui, o da più punti, e che ripari, che lui non possa attaccare! Se
anche riuscisse a distruggere una delle mie fonti di sostentamento, ne
subentrerebbe un'altra, e mentre si dirigerà, il malefico, verso questa
seconda, la prima verrà riparata. Una cassa di metallo inattaccabile,
spessa, spessa. E diversi buchi da cui arriverà l'aria, diversi buchi
da cui arriverà l'aria, e poi il cibo, sono al sicuro. Sono davvero al
sicuro! Posso rilassarmi, ma l'ambiente è angusto, non posso fare
molto. Forse dovrei allargarlo. Devo farlo, sì, devo fare quest'ultimo
sforzo. Allargare la camera, trasformarla in un bel cubo di cemento,
non troppo alto, sennò potrei temere le ombre degli angoli, e con una
bella lampada forte, a scarica, che produca luce semplice, costante,
eterna, perfetta. E non devo aver terrore delle pareti, le ho costruite
io stesso, dandomi un recinto e restringendolo sempre, più e più, fino
a raggiungere il mio cubo, un metro e ottanta di lato. Preciso per
stare in piedi, sdraiarsi, sedersi, fare tutto quello che voglio in
perfetta comodità. Ora, soltanto, dovrei smettere di sentire il suo
ululato nella mia testa, le sue unghie che sbattono contro il vetro e
lo fanno tremare e producono quel suono mostruosamente acuto e
fastidioso, come unghie sulla lavagna, e la baca alla bocca, quella
bocca spalancata e piena di denti, feroce, aperta in un sorriso che non
ha niente di amichevole, e lo vedo, è alle mie spalle, lo sento! Sta
per prendermi, è sempre lì, è sempre stato lì! Quel mostro enorme e
terrificante, nero come la notte come il suo pelo schifoso sporco unto
e quel ruggito immane e gli occhi terrorizzanti, lucidi! È dietro di me
ma non posso girarmi perché potrei vederlo e morirei, morirei, morirei
a vederlo, non posso girarmi, non posso girarmi, non posso neanche
fuggire da qui, qualcuno mi aiuti! November 21 in a Prozac Nation Some catastrophic situations invite clarity, explode in split moments:
You smash your hand through a window-pane and then there is blood and
shattered glass stained with red all over the place; you fall out a
window and break some bones and scrape some skin. Stitches and casts
and bandages and antiseptic solve and salve the wounds. But depression
is not a sudden disaster. It is more like a cancer: at first its
tumorous mass is not even noticeable to the careful eye, and then one
day – wham! – there is a huge, deadly seven-pound lump lodged in your
brain or your stomach or your shoulder blade, and this thing that your
own body has produced is actually trying to kill you. Depression is a
lot like that: Slowly, over the years, the data will accumulate in your
heart and mind, a computer program for total negativity will build into
your system, making life feel more and more unbearable. But you won't
even notice it coming on, thinking that is somehow normal, something
about getting older, about turning eight or turning twelve or turning
fifteen, and then one day you realize that your entire life is just
awful, not worth living, a horror and a black blot on the white terrain
of human existence. One morning you wake up afraid you are going to
live. In my case, I was not frightened in the least bit at the thought that I might live because I was certain, quite certain, that I was already dead. The actual dying part, the withering away of my physical body, was a mere formality. My spirit, my emotional being, whatever you want to call all that inner turmoil that has nothing to do with physical existence, were long gone, dead and gone, and only a mass of the most fucking god-awful excruciating pain like a pair of boiling hot tongs clamped tight around my spine and pressing on all my nerves was left in its wake. That's the thing I want to make clear about depression: It's got nothing at all to do with life. In the course of life, there is sadness and pain and sorrow, all of which, in their right time and season, are normal – unpleasant, but normal. Depression is in an altogether different zone because it involves a complete absence: absence of affect, absence of feeling, absence of response, absence of interest. The pain you feel in the course of a major clinical depression is an attempt on nature's part (nature, after all, abhors a vacuum) to fill up the empty space. But for all intents and purposes, the deeply depressed are just the walking, waking dead. And the scariest part is that if you ask anyone in the throes of depression how he got there, to pin down the turning point, he'll never know. There is a classic moment in The Sun Also Rises when someone asks Mike Campbell how he went bankrupt, and all he can say in response is, "Gradually and then suddenly." When someone asks how I lost my mind, that is all I can say too. November 06 Apocalisse [...] Prendiamo come esempio da proiettare nelle coscienze di ognuno
ciò che sta succedendo da anni intorno a Napoli. Non ci riferiamo al
disastro delle discariche ma a ben altra più terribile calamità.
Attenti a non cadere nella trappola del razzismo, scegliamo questo
dramma come esempio: noterete che in tale contesto tutto appare
macroscopico e sragionevole. Il fenomeno che vogliamo portare alla vostra attenzione vede il suo palcoscenico sul Vesuvio e dintorni. È risaputo che i geologi avvertono da anni che il vulcano in questione equivale a una doppia atomica di Hiroshima, posta nel profondo di quell'immenso cratere, e che il giorno e le dimensioni di quella deflagrazione siano sempre da ritenersi non certi né prevedibili. Da un giorno all'altro può ripetersi la terribile catastrofe che si concretò al tempo di Plinio il Vecchio nel I secolo d.C. La testimonianza di quella strage è ben palese negli scavi di Ercolano e Pompei dove sono mostrati i calchi di giovani donne e bambini pietrificati dalla lava, venti secoli fa. Ma, indifferenti e senza posa, i partenopei continuano da quasi un secolo a costruire sulle falde del vulcano case, palazzi, ville e villette a migliaia, incuranti del più che possibile avverarsi della nuova orrida esplosione. In gran numero quelle abitazioni sono abusive, ma la legge che le vieta viene puntualmente “escamotata” con il concorso di assessori, sindaci, forze dell'ordine e perfino qualche parroco. Costoro, tutti insieme, vanno facendo spallucce e, sorridenti, tranquillizzano: “S'ha da accadé, nun ce stà nulla a fà! Nui ce avimm artro a che cozzà... lu nostro santo c'ha da penzà: San Gennaro datte da fa! Dacce un occhio te! Nui ce avimm da campà. Una giravolta, un segno della croce e la paura chiù nun ce stà! Eppure nui savimm che sott allu cratere, chilla massa de foco no' duorme! La lava rischia, come l'altra volta, de sotterracce”. La lava e la cenere posson calare ad affogare ogni vita fino al mare. Un disastro immane: migliaia di paesi a vista d'occhio mangiati dal fuoco, e vasti pezzi di città. Ma che importa? La nostra progenie tra cent'anni, scavando di nuovo, potrà cavarci un museo di dimensioni mai vedute al mondo. Ma com'è possibile che noi si sia giunti a tanta insensata follia, a tanta aberrazione? Il caso del vulcano è solo emblematico di una generale condizione mentale di cui siamo tutti, ripeto tutti, ottusi testimoni e protagonisti. L'abbiamo già detto e ridetto ma insistiamo: è incredibile che un popolo come il nostro, pur avendo a disposizione un clima straordinario per poter produrre energia alternativa (eolica, solare, per non parlare delle biomasse), invece di cambiar rotta se ne stia completamente inerte come se la cosa non lo riguardasse assolutamente. Ci si preoccupa per altri problemi: la sicurezza e quindi i ladruncoli, gli scippatori, le parolacce e le svergognate, stando seduti tutti tranquilli in riva al baratro con le gambe penzoloni, chiacchierando del pericolo che rappresentano questi immigrati clandestini, i cinesi che taroccano le borse di Armani, le ragazzine che mostrano natiche e si fanno canne, il vescovo che manda anatemi alle femmine mal maritate che vivono nel peccato e programmano un aborto, il problema della politica “m'interessa, non m'interessa più... vadano tutti a farsi fottere...!” E si resta lì, senza renderci conto che ogni momento si sta scivolando, metro su metro, giù nel baratro. Eppure, in altri paesi si sbattono molto più di noi per porre un argine alla situazione... ma da dove ci viene questa ottusa apatia? Perdio! Abbiamo pure un cervello e un DNA non comuni. In queste nostre terre son nati per secoli e continuano a nascere veri e propri talenti, giovani che son ricercati all'estero anche da università prestigiose, mentre le nostre badano ai baroni e alle assunzioni di rango... Nei teatri d'opera e di musica classica i nostri maestri spopolano, dirigono spettacoli; e gli scienziati trattano di progetti rivoluzionari in tutte le università, montano ponti, grattacieli e intiere metropoli, sono prenotati per il doppio della loro vita. E allora? Da noi, è risaputo, la ricerca scientifica è un disastro: se abbiamo la fortuna di possedere un genio della nuova tecnologia, lo cacciamo via subito... all'estero, dove, naturalmente, lo accolgono a braccia spalancate! Ma com'è che dietro a questa caterva di menti attive ed effervescenti di cui siamo orgogliosi poi spunta una massa di inetti beoti, compresi, come ovvio, quelli che stanno ai posti di potere? È come se le scorie di tutti i secoli d'oro, scarti e rifiuti di opere eccelse che hanno esaltato e dato prestigio ai nostri padri, si siano scaricati addosso a noi. La furbizia di Arlecchino e di Brighella, l'avidità dei mercanti strozzini, il traffichismo dei faccendieri, la scaltrezza truffaldina degli avvocati tuttofare e disponibili a ogni infamità... il politicame, l'opportunismo dei dottori sottili, la laida saliva degli aggiustatutto e, sopra ogni cosa, la lezione d'ambiguità che per secoli ci ha ammannito la santa Chiesa cattolica, apostolica, romana con il dogma e la penitenza, con le persecuzioni, i veti, le congreghe, il mercato delle indulgenze, il baciapiedismo e le sentenze feroci e poi le giaculatorie, il chieder venia e pace eterna. È tutto questo bailamme di rifiuti e arrangiamenti dentro al quale ci muoviamo che ci rende gente da poco, inaffidabile e stolta agli occhi di chi dal di fuori ci osserva. Quando sentiremo l'ultimo avviso del “Si chiude!”, ci muoveremo senza saper che fare, intontiti al par d'allocchi, al momento dell'ultima valanga di polvere e lava: solo allora il terrore, come molla, ci butterà in piedi al grido di “Vogliamo campare!” Eh no: è troppo tardi, coglioni! |
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